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Quo Vado?

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1500 copie a partire dal 1° gennaio, dopo 16 settimane di riprese e un budget multi-milionario. Si scrive Quo Vado? ma si legge Checco Zalone, Santo protettore degli esercenti che nel lontano 2009 scoprirono quasi per caso il nuovo Re Mida del cinema italiano. 14.073.000 euro all’esordio con Cado dalle Nubi, diventati 43.474.000 con Che Bella Giornata e addirittura 51.894.000 con Sole a Catinelle, pellicola dei record che ha battuto decenni di cinematografia tricolore, ovviamente inflazione esclusa. Nuovamente diretto da Gennaro Nunziante, il 4° film del comico pugliese prova ad uscire dai confini nazionali con una commedia letteralmente ‘internazionale’, spaziando tra Italia, Africa, Polo Nord e fiordi norvegesi.

Il progetto più ambizioso dello Zalone cinematografico fino ad oggi visto in sala, perché fortemente centrato sull’attualità socio-politica nazionale, spaziando tra lavoro, pubblico impiego, mala-politica e tutela ambientale, il tutto ovviamente senza mai abbandonare quello sboccato e a tratti demenziale humor che ha reso Checco un caso più unico che raro della nostra industria. Al centro della trama c’è infatti l’italiano medio, quello ancora oggi aggrappato con le unghie e con i denti a quei privilegi economici e professionali figli della Prima Repubblica, leggi posto fisso. Il mitologico impiegato pubblico ‘alla Fantozzi’ che ha di fatto segnato almeno un paio di generazioni, annientando sul nascere qualsiasi possibile estro creativo dinanzi al monolite della ‘tredicesima’.

Zalone è un quasi 40enne che vive ancora a casa con i propri genitori. Non ha figli e non è sposato, ed ha un lavoro fisso che lui crede inattaccabile nell’ufficio provinciale caccia e pesca. Praticamente l’uomo più felice sulla faccia della Terra, perché travolto dai benefici e del tutto esente da qualsivoglia responsabilità. Fino a quando il governo non vara una riforma della pubblica amministrazione che decreta il taglio delle province. Ed è qui che Checco viene costretto a dover compiere una scelta, insieme a migliaia di altri dipendenti pubblici: lasciare il posto fisso o essere trasferito lontano da casa. Essendo il posto fisso qualcosa di ‘sacro’, Zalone accetta trasferimenti nei posti più sperduti e teoricamente pericolosi del Bel Paese, nella speranza governativa che molli la presa firmando le proprie dimissioni, resistendo stoicamente a qualsiasi opzione. Polo Nord compreso. Perché qui, tra il gelo e gli orsi, Checco conosce Valeria, ricercatrice che gli farà capire come il ‘mito’ del posto fisso, esattamente come gli animali da lei curati, sia ormai in via d’estinzione.

Inutile girarci attorno. E’ dal 2009 che la critica nostrana attende con il fucile spianato Checco Zalone, ‘colpevole’ di aver frantumato record storici al botteghino con film che puntualmente hanno calamitato milioni di italiani in sala. Il perché è presto detto. Nato in televisione, volutamente e gratuitamente ‘volgare’, fintamente ignorante (ha una laurea in giurisprudenza), cinico, maschilista, razzista e dissacrante, politicamente qualunquista eppure trascinante, per non dire dirompente, nel far ridere. Cosa, ed è qui che casca l’asino, riuscitagli perfettamente anche con ‘Quo Vado?’, suo film più riuscito che cavalca con forza i luoghi comuni comportamentali e culturali legati all’italiano medio, visto soprattutto dal di fuori. Dall’estero. Da quei paesi civili che spesso proprio noi italiani guardiamo con invidia, essendo noi il più delle volte geneticamente incivili ma apparentemente educati. Ed è dall’educazione, dal presunto grande cuore italiano che riparte la riscossa di Zalone, svegliato dal torpore di civiltà nordeuropea in cui era affondato da una visione quasi celestiale: Al Bano e Romina Power di nuovo insieme, sul palco del Festival di Sanremo del 2015.

Una botta trash di genio comico che caratterizza una commedia a più livelli, con una prima parte travolgente nel perculare l’(inesistente) attività lavorativa del dipendente pubblico nazionale, per poi volare dall’altra parte del mondo, trovare l’amore e rallentare vistosamente, almeno dal punto di vista dalle risate, e ripartire con un finale immancabilmente sentimentale, (troppo) buonista e politicamente amaro. Perché la Prima Repubblica, quella con gli usceri paraplegici che saltavano e con i bidelli sordomuti che cantavano, quella con i cosmetici mutuabili e le verande condonabili, dei quarantenni pensionati che danzavano sui prati e delle unghie incarnite che ti rendevano invalido tutta una vita, non si scorda mai. Tanto da vedere il Governo millantare ai quattro venti un taglio totale delle province, onde evitare ulteriori sprechi, in realtà banalmente tramutate in altro.

Zalone, guardando probabilmente al proprio pubblico di riferimento, prova a tratteggiare questo tempo in bilico tra certezza e incertezza, tra il sogno sbiadito del posto fisso e l’angosciante ma appagante rischio della mobilità creativa. Nel farlo ha spremuto i tanti, tantissimi soldi a disposizione per farci conoscere parte di quel mondo che noi crediamo celestiale dal punto di vista della qualità della vita, ma in realtà deprimente sotto non pochi aspetti, e parte di quel mondo che necessiterebbe di aiuti immediati per riuscire a sopravvivere, finendo invece troppo spesso nel dimenticatoio. Nel mezzo quello sciatto Stivale ancora in bilico tra prima, seconda e terza Repubblica, tra passato, presente e futuro, tra lavoro che quando esiste viene depotenziato e se non c’è ti costringe automaticamente ad emigrare, tra partite iva da spolpare e impiegati da invidiare, tra furbetti del quartierino e politici riciclati, tra vecchie brutte abitudini italiane da scardinare e cliché da denigrare. Il tutto attraverso il linguaggio universale della risata, massicciamente presente in un film che nasce, onestamente parlando, solo e soltanto per suscitarla, magari persino con un pelo di intelligenza a traino. Ebbene piaccia o meno, missione compiuta.

 

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