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Tango libre

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JC è una guardia carceraria, un uomo qualunque con una vita tranquilla. Il suo unico lusso è un corso di tango che frequenta una volta alla settimana. Una sera, al corso, balla con una nuova venuta, Alice, una radiosa trentenne madre di un ragazzo di quindici anni. Il giorno dopo rivede Alice, questa volta nella sala-visite della prigione. La donna è lì per vedere due reclusi, Fernand e Dominic, suoi amici di lunga data e “soci nel crimine”. L’uomo qualunque JC si trova spettatore dell’avventurosa vita di questa donna che vive secondo il proprio desiderio e le proprie regole, divisa fra i suoi uomini e il figlio. Il regolamento carcerario proibisce l’amicizia con le famiglie dei prigionieri… JC sta per infrangere tutte le regole su cui poggia la sua vita.

Infuocate da una fumata nera piovono dal cielo banconote “sporche”. Un’ellissi temporale – e non solo – e a passi di danza (inquadrati in dettaglio): ci ritroviamo immersi in una lezione di tango.
Con Tango Libre di Frédéric Fonteyne si è aperta la sezione Orizzonti del Festival di Venezia 2012, dove si è poi guadagnato il Premio della Giuria, riscaldando l’atmosfera di quella che è considerata la sezione più sperimentale della Mostra con le nuove correnti del cinema mondiale. Dopo Una relazione privata (1999) e La donna di Gilles (2004), il cineasta belga chiude la trilogia in cui esplora il carattere femminile e i meccanismi dell’amore investigando a fondo nelle dinamiche relazionali e nell’animo umano e costruendo una storia originale (sceneggiatura di Anne Paulicevich, in veste anche di co-protagonista). Se nella prima pellicola della terna il campo era per due e nella seconda per un ménage à trois, in Tango libre si passa da “à trois” a “quatre”, ma non lasciatevi ingannare dalle apparenze e dalle etichette – lungi da noi utilizzarle – il vortice del tango-realtà di vita vera vi travolgerà, sorprenderà e coinvolgerà.
Fonteyne costruisce una messa in quadro in cui lo spirito della danza fa da padrone perché, come afferma il ballerino argentino Miguel Ángel Zotto, «nessuna danza popolare raggiunge lo stesso livello di comunicazione tra i corpi: emozione, energia, respirazione, abbraccio, palpitazione». Una regia non invasiva si fa guidare dagli sguardi ed allo stesso tempo pilota lo sguardo di chi c’è al di là della quarta parete che, a passi di movimenti di macchina e di milonga, viene trascinato nel vortice vitale di JC (François Damiens), Alice, Fernand (Sergi Lopez), Dominic (Jan Hammenecker) e Antonio (Zachar Chasseriaud). Il gioco di sguardi è subito evidente nel luogo abitato della sala visite in carcere declinata attraverso due tipi: quella in cui il familiare incontra il prigioniero comunicando tramite telefono ed a separarli è un vetro (ergo, impossibile toccarsi) e quella in cui tutti i carcerati incontrano le persone care, l’uno di fronte all’altro senza nessuna barriera fisica – a parte gli sguardi e i tempi scanditi dalle guardie carcerarie.

Nella composizione dell’inquadratura con JC, Alice e Fernand, Fonteyne crea una geometria di linee, una divisione dello spazio tra la coppia Alice-Fernand e JC, il quale per il suo lavoro – e non solo – sorveglia il dialogo tra l’uomo e la donna. Ma ci sono ancora altri tipi di sguardo in Tango libre: l’occhio che spia dallo spioncino della cella, lo sguardo rubato nell’incrocio degli occhi che danzano, lo sguardo che rifugge dallo sguardo che cerca, lo sguardo che cerca conforto negli occhi innamorati. Con un montaggio alternato Fonteyne crea un ritmo veloce e concitato, funzionale nel trascinare il pubblico nella quotidianità di Alice in rapporto agli uomini della sua vita; un forte contributo alla causa ritmica proviene dall’ottima colonna sonora in cui la nota predominante è senza dubbio il tango (tra cui La del ruso dei Gotan Project). Ogni elemento tecnico, tra cui la fotografia nel contrasto di colori tra le pareti della cella carceraria e quelle della casa di Alice, concorre a comporre una storia mai scontata e ben interpretata.

Nell’ultima fatica del regista belga a spiccare è l’abilità (non scontata) di saper creare il giusto equilibrio nel registro del tragicomico. Sfruttando al meglio i mezzi del linguaggio cinematografico tratteggia sullo schermo (e non superficialmente) una donna in cerca della sua libertà, disegnando e approfondendo anche le sfumature legate al binomio impaccio-tragicomico con lo scavo nei personaggi maschili. Tango libre svela quanta bellezza possa esserci dietro l’imbarazzo e l’impaccio nel rapporto con l’altro mettendo al centro dell’obiettivo i corpi, il sesso, l’amore, la vita. Senza pretenziosità, la prigione così come il pesce immobile all’interno dell’acquario assumono anche un significato simbolico che il film svela fotogramma dopo fotogramma senza mai far calare l’attenzione e suggerendo l’importanza della scelta.
Quale immagine più adeguata per rappresentare tutto questo sullo schermo, se non il tango, mix di «tentazione, seduzione, anima e cuore, dolore, rabbia, delicatezza, fragilità, terra e sangue e soprattutto libertà»?

http://quinlan.it